
Pochi sanno che il Futbol Club Barcelona – più noto come Barça – è stato fondato nel 1899 da un cittadino svizzero, Hans Gamper, quando il calcio era ancora uno sport d’elite.
I tifosi del Barcellona venivano soprannominati “culés” perché nel loro primo stadio in carrer Industria, si sedevano sopra le sbarre che delimitavano il campo e da dietro sembravano un’esibizione di culi penzolanti.
Ancor oggi si usa definire il Barça come “più di un club”: è curioso scoprire che quest’espressione fu coniata da un suo presidente, Narcís De Carreras, già negli anni Venti.
Paola Lo Cascio – docente all’Università di Barcellona – comincia da questi spunti per analizzare le vicende storiche e politiche di una squadra che è stata l’esercito disarmato della Catalogna. L’autore di questa definizione fu lo scrittore e giornalista Mánuel Vázquez Montalban, che scriveva anche: “braccio epico di un paese senza stato e senza esercito, le vittorie del Barça somigliavano a vittorie di Atene contro Sparta”.
L’immagine catalanista della squadra ebbe sempre conseguenze funeste: lo stadio de Les Corts fu chiuso nel 1925 dal dittatore Miguel Primo de Rivera per “atteggiamento antinazionale” e, nel 1936, i soldati di Francisco Franco riconobbero il presidente Josep Sunyol, che era anche deputato della sinistra repubblicana, e lo fucilarono.
Il Barça è un club diverso da tutti gli altri per questo passato, ma anche per un presente che corona di successo un modo di giocare, definito il “metodo Guardiola”, che però ha basi molto più solide nell’organizzazione di tutta l’attività sportiva del club, con una storica attività giovanile, e che comprende anche basket, hockey, palla a mano e altre specialità sportive.
La sponsorizzazione dell’UNICEF ed ora quella della fondazione Qatar, evidenziano tutte le contraddizioni di un’attività che, pur facendo girare cifre impressionanti, non tralascia la solidarietà.
Il mito prosegue e senza troppi misteri: bastano lo sforzo, la pazienza, la determinazione, l’umiltà.
Una squadra che è molto più di un semplice club.
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chi ama barcellona non può non amare il barça.
Ciao Gianmarco, credo che l’ amore per la città
non c’entri proprio nulla col calcio.
Adoro Barcellona ma amo solo il Milan!
…se il Barça non fosse semplicemente una eccellente squadra di calcio e volesse davvero essere considerata un’entità che promuove la cultura industriale catalana, non affiderebbe le proprie sorti ad allenatori e giocatori nati ben oltre i confini della Catalogna. La Real e l’Athletic, tanto per non andare troppo lontano lungo i sentieri dell’autorappresentazione attraverso l’uso di miti ed icone, volendo SERIAMENTE incarnare l’istanza politica dell’autonomismo basco, schierano SOLO giocatori baschi. Vincono poco, ovviamente, ma la mattina si possono guardare onorevolmente allo specchio e possono legittimamente parlare di calcio, a differenza del Farça, nella cui mission lo sport è unicamente funzionale al marketing politico e al fanatismo. E al big money che fanno i dirigenti (senza dirlo troppo in giro) mentre “il popolo”, sempre assai distratto dal panem e dai circenses, si aggira trafelato intorno alla tavola per raccogliere le briciole della gloria…